domenica, 30 dicembre 2007
E' uscito un nuovo sito di recensioni cinematografiche. Solo film brutti. Per saperne di più, andate su: http://www.primatiguardopoitirovino.blogspot.com/ .
lunedì, 19 novembre 2007
Durante un cazzeggio notturno, mi sono imbattuto in una delle prime foto di "Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull". Harrison Ford, a parte le basette bianche, non è affatto invecchiato, Steven Spielberg sta bene col basco, io ho appena compiuto dodic'anni.
giovedì, 08 novembre 2007
Ieri sera abbiamo visto Ambra Angiolini in “Saturno controâ€.
Si è accostata al cinema con l’umiltà che non ha avuto in televisione.
I suoi lineamenti sono induriti, l’aria più sofferta.
Recita con quella disperazione che conserva ancora un briciolo di dignità .
In effetti vorremmo vederla sempre così, con le occhiaie, il trucco pesante, gli sbaffi di ombre che le rigano il volto. Contro un muro.
Sa anche dove mettere gli occhi quando non deve guardare da nessuna parte.
È brava.
Non dovrà piangere per questo.
martedì, 16 ottobre 2007
Recentemente abbiamo appreso che gli schiaffi che Alberto Sordi rifilava a Monica Vitti nel film "Amore mio aiutami" in realtà li dava a Fiorella Mannoia, in versione stunt girl. Quello che le donne non dicono.
martedì, 31 luglio 2007
Se n'è andato anche Antonioni. Immaginiamo un certo silenzio, da qualche parte.
lunedì, 30 luglio 2007
Preghiamo il cielo perché s’annuvoli, il teatro perché s’oscuri, la morte perché torni a ballare coi suoi figli. Perché questa è la verità di un nome, e la verità di un cinema.
giovedì, 19 luglio 2007
Non sappiamo se Carlo Verdone sia più figlio adottivo di Sergio Leone o di Alberto Sordi. Di certo Silvio Muccino non è nipote di nessuno dei due.
domenica, 15 luglio 2007
Lo facciamo con ingiustificabile ritardo, ma vogliamo riconoscere al nostro regista numero uno, Quentin Sorrentino (la battuta è in prestito), che solo un genio potrebbe trasformare un pizzaiolo di Ravenna, e relativo fratello, in sicari cinematografici. Dedicando loro perfino una scena, nella quale fanno volteggiare l'impasto, come e più che nella vita reale.
Si è autori perchè si hanno delle idee, dopotutto.
domenica, 25 febbraio 2007
Siamo fermamente convinti che Kevin Costner, col passare degli anni, stia diventando identico a Ben Gazzara, concordiamo con l’opinione secondo cui, per i più anziani, Michael Douglas si pronuncia ‘Daglas’ perché è giovane e Kirk Douglas ‘Duglas’ perché è vecchio. Crediamo che Jack Black possa anche essere l’ideale successore di John Belushi, ma che per il momento sia soprattutto il sosia di Orson Welles. Non abbiamo mai pensato che Welles, in ‘Ed Wood’, fosse interpretato da Vincent d’Onofrio e che Vincent d’Onofrio non fosse l’interprete di Palla di Lardo in ‘Full Metal Jacket’.
Vorremmo girare un film che si chiama ‘Il clown’ con Robin Williams protagonista e un sacco d’inquadrature teatrali. Speriamo ancora, sempre sul tema, che Jerry Lewis rispolveri dagli archivi ‘The day the clown cried’, il suo film mai distribuito su un pagliaccio nei campi di concentramento, così da far impallidire Benigni. Attendiamo una telefonata di Gene Wilder che, sempre più annoiato, dice di voler assolutamente fare un cortometraggio con noi, e ci sentiamo, a seconda dei casi, come Mastroianni nella scena finale della ‘Dolce vita’ o Trintignant in quella iniziale del ‘Sorpasso’. Quasi sempre, peraltro, come uno dei Goonies, visto che siamo ancora innamorati di Kerri Green.
Adoriamo l’estate della provincia americana, con i viali alberati e le villette a schiera. Aspettiamo, nel primo pomeriggio, la chiamata di un amico d’infanzia appassionato di esoterismo che ci trascinerà in un formidabile teen-horror a lieto fine. Ascoltiamo, senza soluzione di continuità, ‘My girl’ nella versione di Otis Redding, senza dimenticare ‘Stand by me’ di Ben E. King. Pensiamo che ‘At last’ di Etta James sia la canzone più sensuale mai scritta e vorremmo interpretarla su una decappottabile in compagnia di una fidanzata a cui piacciono i drive-in.
Sognamo gli USA degli Anni Cinquanta senza la Bomba, quelli degli Anni Sessanta senza il Vietnam, quelli degli Anni Settanta con le donne vestite secondo la moda degli Anni Settanta. Vorremmo come ragazza Natalie Portman, come ex moglie Julia Roberts, e come sogno non proibito del liceo Wynona Ryder. Fossimo più vecchi, accetteremmo di avere come figlia Keira Knightley, purché ciò non significasse diventare brutti come Jon Voight.
Pensiamo che 'Viale del tramonto' sia fondamentalmente un horror, e che ‘Il maratoneta’ sia l’unica storia in cui si parla davvero di odio. Ci colpisce tuttora l’amicizia sincera dei coniugi Tracy ed Hepburn con il prete in ‘Indovina chi viene a cena’, e l’ironia degli alieni in ‘Incontri ravvicinati del terzo tipo’. Siamo ancora dell’idea che ‘La vita è meravigliosa’ di Frank Capra, che tutti spacciano per un film natalizio, sia in realtà uno dei thriller più angosciosi mai realizzati. Amiamo James Stewart, e il doppiatore italiano di James Stewart.
In ogni caso, riteniamo che Kubrick sia il più grande regista della storia e Marlon Brando il più grande attore, restando peraltro fortemente indecisi sui peggiori. Stimiamo Chaplin perché ha fatto pensare una maschera, ma riconosciamo che Keaton fosse più raffinato. Crediamo che il film più bello mai visto sia ‘2001 – Odissea nello spazio’, ma che Wenders non debba esserne informato, visto che ‘Falso movimento’ è il nostro preferito. Non sapremmo invece se scegliere ‘Boxing Helena’ o ‘Nel continente nero’ come quello più brutto.
In generale, vorremmo meno computer, più regia e il coraggio di dire qualcosa. Da grandi, comunque, faremo gli sceneggiatori.
sabato, 24 febbraio 2007
Alcuni mesi prima dell’uscita in sala di “Inland Empire”, e del correlato Leone alla carriera al suo regista, David Lynch, i rumours che trapelavano sul film erano piuttosto scarni. Capitava frequentemente di leggere, a proposito della trama: “si sa solo che c’è una donna in pericolo”. Bene, adesso che l’ultima fatica del pittore di Missoula l’abbiamo vista, non ci resta nulla da aggiungere a questa nota che qualche puntino di sospensione. C’è una donna in pericolo… come recitano i soliti, imbarazzati trafiletti, nelle sezioni dei quotidiani sui cinema della provincia. Null’altro si sa infatti, e null’altro è dato sapere.
Si può accennare, certo, ad ulteriori immagini, ulteriori suggestioni. Per esempio, la sit-com recitata dai conigli, le prostitute polacche, la dissolvenza incrociata realtà-finzione, il numero 47. Ma per il resto, è meglio non tentare nemmeno di descrivere. Perché, se il fatto che Lynch non segua un concetto tradizionale di racconto non è esattamente una novità, stavolta, a differenza di altre vicende intricate come “Lost Highways” e soprattutto “Mulholland Drive”, manca anche il veicolo del desiderio, o della rimozione, a tenere insieme il tutto. Restiamo convinti, in questo senso, che le cose migliori il regista le abbia prodotte quando è stato apparentemente costretto a seguire una storia, o quantomeno un leit-motiv (pensiamo, per citare qualche titolo, a “Velluto blu”, “Cuore Selvaggio”, o al lateralissimo “Una storia vera”), piuttosto che, come avvertiva l’introduzione del Processo kafkiano di Welles, “la logica del sogno”.
Tuttavia, questa è pure la cifra stilistica di Lynch, il nucleo impazzito del suo cinema. Lo stesso che, per richiamare qualche spunto dell’ “Impero”, ci fa sgomentare alla scena di una ragazza saltellante che, stravolta, invade progressivamente lo schermo, o ci commuove alla vista di una morte lentissima scandita da un racconto fuori contesto di una bambina. Ma ecco, anche queste idee, per quanto disturbanti, dolci o assassine, sono comunque sempre espunte dal resto, non più un’inflorescenza del tema, ma una vera e propria meteora che s’abbatte su un tessuto già sfilacciato. Evviva, sì, i grandangoli, la potenza visiva che fa nascere, come e più che nell’esperienza del muto, l’orrore dai volti, evviva le ombre dietro una porta socchiusa, l’elettricità e i feticci a forma di lampada. Evviva gli inserti comici, che non mancano mai, le sospensioni e le figure scomparse, il perenne fuori campo nel quale aleggiano tutti i personaggi, per primo Jeremy Irons. Ma se ci è rimasta l’emozione, stavolta abbiamo rinunciato al discorso. Catapultati ai bordi di una strada innevata, ritornati di schianto in un decor elegante e fittizio, dispersi negli ennesimi sotterranei di un teatro di posa. Inland, e senza uscita.