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mercoledì, 19 dicembre 2007
Siccome le cose non vanno benissimo per gli Charlotte Bobcats (8 vinte e 14 perse in NBA quest'anno), il loro manager ha deciso di dare l'esempio, allenandosi con la squadra. Ah, fra l'altro si chiama Michael Jordan.
postato da: larrywise77 alle ore 12:42 | Link | commenti (1)
categoria:basket
domenica, 03 giugno 2007
Non fate fallo su LeBron James quando va a canestro. Non lasciate scendere il passaggio a livello sui suoi polsi, non abbracciatelo, non colpitelo alle spalle. E soprattutto, non tentate di spostarlo.
Perché tanto segna lo stesso. Segna perché ha il torso e i bicipiti più impressionanti del basket moderno, una tecnica sopraffina e una tranquillità sovrannaturale. Segna perché in ogni momento può partire in terzo tempo, improvvisare un arresto e tiro, innescare un compagno che si propone a centroarea.
LeBron James è il nuovo numero uno della pallacanestro mondiale. Di Michael Jordan, di cui tutti gli attribuiscono l’eredità, ha soltanto il numero e la capacità di dominare. Per il resto, il suo gioco è totalmente diverso. Dove Jordan aveva la leggerezza, James ha la potenza. Dove MJ aveva l’atletica, al punto da essere quasi scoordinato nei suoi voli a causa dell’esplosività, James ha il controllo e la disinvoltura. Jordan segnava in campo aperto o buttandosi indietro nel fade away più immarcabile della storia. James segna a difesa schierata, spezzandola in lay-up o schiacciata, oppure facendo partire un tiro con due avversari addosso. Air era imprendibile, James inarrestabile.
Non scriviamo queste cose solo perché è arrivata l’impresa dei 48 punti a Detroit, oppure, la notte scorsa, la qualificazione alla finale, dove James, chiuso nella trap sistematica dei Pistons, ha preferito affidarsi al rookie Boobie Gibson per ammazzare i flottaggi di Saunders. Ma perché, rispetto a tutti i fuoriclasse già titolati della sua era, gli Wade, i Bryant, i Duncan, James ha qualcosa in più: la capacità di creare un gioco, il suo gioco personale, togliendo al basket una nuova, possibile, interpretazione, delle infinite che s’annidano sotto gli schemi e le lavagne. Con James abbiamo un campione che attacca dal palleggio anziché dal tiro, che gioca sopra il ferro partendo dal gomito, che trova il passaggio molto prima che gli esploda, come una fucilata, dalle mani. Insomma, un maledetto genio.
Ora, non sappiamo se San Antonio, con la sua esperienza, i probabili raddoppi, le esasperazioni tattiche di Popovic, riuscirà a mandarlo fuori giri e a neutralizzarlo, almeno parzialmente. Vero è che dai tempi di Iverson contro L.A. non avevamo più la sfida di un uomo contro cinque, anzi di una one-man band, per non far torto ai vari Ilgauskas, Gooden e al rookie-sorpresa Gibson, a un team solido, affiatato e vincente.
Di certo basterà per lo spettacolo. E se al nuovo idolo delle platee americane difetterà ancora qualcosa (leggasi difesa, tiri liberi, talvolta il recupero intempestivo del palleggio), tuttavia una sua qualità lo rende già al livello dei più grandi: la capacità di coinvolgere e trascinare i compagni, che tante superstar, innamorate del proprio tabellino, spesso dimenticano. Differenza che nessuna statistica potrà mai riportare, nemmeno le sagaci alchimie dei plus minus o la semplice voce degli assist. Differenza che arma la mano dei gregari, dà fiato ai bolsi, ispira gli scettici. E a volte, mette l’anello al dito.
postato da: larrywise77 alle ore 15:27 | Link | commenti (3)
categoria:basket
venerdì, 01 giugno 2007
Sono passati dieci anni da quando Davide Ancilotto è morto giocando a basket. È di oggi la notizia che il sindaco di Roma, Walter Veltroni, voglia intitolargli una strada, (anche) in ricordo della sua breve militanza nella Virtus. A Mestre, dov’era nato, s’è già provveduto da tempo, dedicandogli il Palazzo dello sport di via Olimpia, più noto come “CONIâ€.
Dal canto nostro, ricordiamo una grande speranza del basket italiano, dotata di un primo passo di livello NBA e di una versatilità che precorreva i tempi odierni dei Bargnani. Ricordiamo pure d’averlo visto un giorno al Parco della Bissuola (l'unico a Mestre, prima dell'attuale San Giuliano), con una maglietta rossa, un paio di pantaloni troppo larghi e i soliti capelli sparati in aria. Stava ai margini del campo, senza giocare. Quello, da tempo, era diventato il suo lavoro. Per lo svago, gli restava lo spettacolo dei canestri molli e delle partitelle indolenti.

postato da: larrywise77 alle ore 13:24 | Link | commenti
categoria:basket
domenica, 06 maggio 2007
Se i Toronto Raptors vogliono vincere il titolo NBA l’anno prossimo, o quantomeno andarci vicino, devono liberarsi di TJ Ford. Ford è un pessimo giocatore di basket. Non capisce nulla dei tempi dell’attacco, gioca per sé o al limite per Bosh (ma solo se gli piazza un blocco), non sa cosa sia uno scarico per un tiro da fuori, ed è capace di far andare fuori giri qualunque squadra. Sarebbe ottimo in qualche playground di Coney Island, quelli dove il montato con la mano buona mette parziali di 20 punti lasciando i compagni a bocca aperta e di malumore. Ma non si ostini a definirsi playmaker, perché i suoi 15 punti a gara sono tutti tolti al resto del team, non aggiunti.
Abbiamo la speranza che Colangelo e Gherardini lo capiscano. Almeno quanto l’ha capito Sam Mitchell, che nella parte decisiva di gara-6 con New Jersey l’ha tenuto fuori, dando fiducia a un fuoriclasse e regista vero, Jose Calderon.
È vero che Ford è giovane, è vero che con un po’ più di disciplina potrebbe essere utile in alcune gare dove bisogna aprire la difesa, ma è anche vero che Toronto è stata concepita all’europea (c’è chi sostiene che avrà anche un coach all’europea, certo Ettore Messina), gioca all’europea e, soprattutto, vince all’europea: cioè attaccando ai quattro lati del campo e con gli aiuti.
Prendano un play di scorta per dare fiato a Calderon, e coi soldi ricavati dalla cessione di Ford si forniscano di una guardia tiratrice più forte e giovane di Peterson. Al resto penseranno Bargnani, Parker e Garbajosa (che vedremmo benissimo come sesto uomo di lusso), augurandosi che Nesterovic si svegli dal letargo e dia nuove speranze al suo grande talento.
Ricordare poi che quest’anno si svincola Kevin Garnett e che, al posto di Bosh, sarebbe l’ideale modello di riferimento per la crescita del Mago, è perfino pleonastico. Ma si sa che il canadese ha molto futuro davanti, benché difetti totalmente di cultura e senso del gioco.
In bocca al lupo, dinosauri.
postato da: larrywise77 alle ore 12:46 | Link | commenti (4)
categoria:basket
venerdì, 09 marzo 2007
18 punti, più revoca della Coppa Italia. Anche il basket ha la sua stangata, come già l’amato sport nazionale l’estate scorsa. Niente Moggi, stavolta, chè il mostro da sbattere in prima pagina è solo un team manager, al secolo Andrea Cirelli, colpevole d’aver organizzato il tesseramento più improvvido della storia della Benetton Treviso: lo sloveno Erazem Lorbek, ufficiale diciannovesimo giocatore del roster, uno in più del consentito.

Qui non ci soffermeremo sui cavilli legali. Dire che tutto è nato dall’aver qualificato come professionista un semplice “giovane di serie”, quale Gino Cuccarolo, mettendolo sotto contratto per qualche mese, salvo poi espungerlo dalle liste facendolo tornare al vivaio, ché tanto è bastato per togliere un posto a quelli resi disponibili dal regolamento federale. Nè discetteremo sulla buona fede o meno degli autori del pasticcio, dell’oscurità lessicale delle norme sui tesseramenti, dei pareri pro veritate e dell’imbarazzo generale che ne è seguito. Non parleremo nemmeno delle dimissioni del presidente di Lega Prandi, della levata di scudi di chi ha giocato contro Lorbek e ha perso, della misura della pena da affibbiare a Treviso, di quanto appaia giusta o meno giusta, della difesa del prof. Coppi e della replica del pubblico ministero.

Di questo hanno già discusso tutti, spesso col punto esclamativo. Dunque occupiamoci d’altro, e segnatamente di come sia stato possibile che in uno sport dove a referto vanno dodici giocatori, ne servano almeno altri sei, magari tutti titolari, per sentirsi tranquilli. Di come, ancora, sia accettabile che un professionista di grande talento, come Lorbek, debba passare, alla stregua di un pacco postale, da Malaga a Treviso a Roma in una sola stagione. Di come lo stesso sia avvenuto con Schumpert, dalla Fortitudo alla Benetton in una manciata di mesi.

Questo non è più un basket normale. È un’accozzaglia, talvolta schizofrenica, talaltra, più semplicemente, irritante, di scambi, controscambi, ingaggi e rilasci a gettone, fughe, incomprensioni e sospetti. Sotto l’egida della globalizzazione, che il malaugurato Bosman ha portato con sé dal millennio scorso, rendendo americane le squadre europee (il clou, per gusto personale, è aver visto J.R. Holden giocare con la maglia della Russia sotto lo pseudonimo maccheronico di Gei Ar Oldin).

Non c’interessa comunque più di tanto la faccenda naturalizzazioni, né quella dell’obbligo dei sei italiani per squadra (facilmente aggirabile mandando a referto la giovanile), e nemmeno la soluzione proposta da Dan Peterson di tenere obbligatoriamente tre italiani in quintetto durante la partita, suggestiva ma impraticabile senza un matematico al tavolo.

C’interessa che nessuno abbia mosso un dito, dalla Lega, alla Federazione, ai singoli presidenti, per porre un freno a un meccanismo vizioso, reso ingovernabile dalla cifra stilistica dell’epoca, ossia la mania di cambiare tutto, tutto e subito, alla prima difficoltà della stagione. Non è solo questione di squadre senza identità, della A divenuta la brutta copia della CBA, della Legadue divenuta la brutta copia della (passata) serie A. Non è nemmeno questione del cattivo sfruttamento d’immagine di fenomeni come Bargnani, Belinelli o Gallinari. È questione di un movimento che ha perso completamente idee, moventi e direzioni, dove le sole teste sono quelle che saltano.
postato da: larrywise77 alle ore 19:08 | Link | commenti (3)
categoria:basket