Non fate fallo su LeBron James quando va a canestro. Non lasciate scendere il passaggio a livello sui suoi polsi, non abbracciatelo, non colpitelo alle spalle. E soprattutto, non tentate di spostarlo.
Perché tanto segna lo stesso. Segna perché ha il torso e i bicipiti più impressionanti del basket moderno, una tecnica sopraffina e una tranquillità sovrannaturale. Segna perché in ogni momento può partire in terzo tempo, improvvisare un arresto e tiro, innescare un compagno che si propone a centroarea.
LeBron James è il nuovo numero uno della pallacanestro mondiale. Di Michael Jordan, di cui tutti gli attribuiscono l’eredità, ha soltanto il numero e la capacità di dominare. Per il resto, il suo gioco è totalmente diverso. Dove Jordan aveva la leggerezza, James ha la potenza. Dove MJ aveva l’atletica, al punto da essere quasi scoordinato nei suoi voli a causa dell’esplosività, James ha il controllo e la disinvoltura. Jordan segnava in campo aperto o buttandosi indietro nel fade away più immarcabile della storia. James segna a difesa schierata, spezzandola in lay-up o schiacciata, oppure facendo partire un tiro con due avversari addosso. Air era imprendibile, James inarrestabile.
Non scriviamo queste cose solo perché è arrivata l’impresa dei 48 punti a Detroit, oppure, la notte scorsa, la qualificazione alla finale, dove James, chiuso nella trap sistematica dei Pistons, ha preferito affidarsi al rookie Boobie Gibson per ammazzare i flottaggi di Saunders. Ma perché, rispetto a tutti i fuoriclasse già titolati della sua era, gli Wade, i Bryant, i Duncan, James ha qualcosa in più: la capacità di creare un gioco, il suo gioco personale, togliendo al basket una nuova, possibile, interpretazione, delle infinite che s’annidano sotto gli schemi e le lavagne. Con James abbiamo un campione che attacca dal palleggio anziché dal tiro, che gioca sopra il ferro partendo dal gomito, che trova il passaggio molto prima che gli esploda, come una fucilata, dalle mani. Insomma, un maledetto genio.
Ora, non sappiamo se San Antonio, con la sua esperienza, i probabili raddoppi, le esasperazioni tattiche di Popovic, riuscirà a mandarlo fuori giri e a neutralizzarlo, almeno parzialmente. Vero è che dai tempi di Iverson contro L.A. non avevamo più la sfida di un uomo contro cinque, anzi di una one-man band, per non far torto ai vari Ilgauskas, Gooden e al rookie-sorpresa Gibson, a un team solido, affiatato e vincente.
Di certo basterà per lo spettacolo. E se al nuovo idolo delle platee americane difetterà ancora qualcosa (leggasi difesa, tiri liberi, talvolta il recupero intempestivo del palleggio), tuttavia una sua qualità lo rende già al livello dei più grandi: la capacità di coinvolgere e trascinare i compagni, che tante superstar, innamorate del proprio tabellino, spesso dimenticano. Differenza che nessuna statistica potrà mai riportare, nemmeno le sagaci alchimie dei plus minus o la semplice voce degli assist. Differenza che arma la mano dei gregari, dà fiato ai bolsi, ispira gli scettici. E a volte, mette l’anello al dito.
Perché tanto segna lo stesso. Segna perché ha il torso e i bicipiti più impressionanti del basket moderno, una tecnica sopraffina e una tranquillità sovrannaturale. Segna perché in ogni momento può partire in terzo tempo, improvvisare un arresto e tiro, innescare un compagno che si propone a centroarea.
LeBron James è il nuovo numero uno della pallacanestro mondiale. Di Michael Jordan, di cui tutti gli attribuiscono l’eredità, ha soltanto il numero e la capacità di dominare. Per il resto, il suo gioco è totalmente diverso. Dove Jordan aveva la leggerezza, James ha la potenza. Dove MJ aveva l’atletica, al punto da essere quasi scoordinato nei suoi voli a causa dell’esplosività, James ha il controllo e la disinvoltura. Jordan segnava in campo aperto o buttandosi indietro nel fade away più immarcabile della storia. James segna a difesa schierata, spezzandola in lay-up o schiacciata, oppure facendo partire un tiro con due avversari addosso. Air era imprendibile, James inarrestabile.
Non scriviamo queste cose solo perché è arrivata l’impresa dei 48 punti a Detroit, oppure, la notte scorsa, la qualificazione alla finale, dove James, chiuso nella trap sistematica dei Pistons, ha preferito affidarsi al rookie Boobie Gibson per ammazzare i flottaggi di Saunders. Ma perché, rispetto a tutti i fuoriclasse già titolati della sua era, gli Wade, i Bryant, i Duncan, James ha qualcosa in più: la capacità di creare un gioco, il suo gioco personale, togliendo al basket una nuova, possibile, interpretazione, delle infinite che s’annidano sotto gli schemi e le lavagne. Con James abbiamo un campione che attacca dal palleggio anziché dal tiro, che gioca sopra il ferro partendo dal gomito, che trova il passaggio molto prima che gli esploda, come una fucilata, dalle mani. Insomma, un maledetto genio.
Ora, non sappiamo se San Antonio, con la sua esperienza, i probabili raddoppi, le esasperazioni tattiche di Popovic, riuscirà a mandarlo fuori giri e a neutralizzarlo, almeno parzialmente. Vero è che dai tempi di Iverson contro L.A. non avevamo più la sfida di un uomo contro cinque, anzi di una one-man band, per non far torto ai vari Ilgauskas, Gooden e al rookie-sorpresa Gibson, a un team solido, affiatato e vincente.
Di certo basterà per lo spettacolo. E se al nuovo idolo delle platee americane difetterà ancora qualcosa (leggasi difesa, tiri liberi, talvolta il recupero intempestivo del palleggio), tuttavia una sua qualità lo rende già al livello dei più grandi: la capacità di coinvolgere e trascinare i compagni, che tante superstar, innamorate del proprio tabellino, spesso dimenticano. Differenza che nessuna statistica potrà mai riportare, nemmeno le sagaci alchimie dei plus minus o la semplice voce degli assist. Differenza che arma la mano dei gregari, dà fiato ai bolsi, ispira gli scettici. E a volte, mette l’anello al dito.





