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martedì, 17 aprile 2007
È possibile che in un campus universitario, lo stesso luogo dei prati, degli studenti e dei viali alberati, si spari. È possibile che le vetrate di uno dei suoi padiglioni, su cui sbatte ancora la luce del sole, v’assistano. È possibile morire giovani, senza un sussulto. Solo trafitti.
Il massacro (non) visto ieri a Virginia Tech è un altro orrore inenarrabile, un altro, estremo, paradosso. Come già, in tempi recenti, al teatro di Mosca o alla scuola di Beslan. E a dispetto della diversa matrice.
Perché non si può raccontare la morte se intorno lo scenario non muta. Non si può immaginarla, renderla drammatica, se tutto ciò che v’allude sono solo le corse furtive di qualche poliziotto, gli appostamenti, un gesto isolato.
Né può descriverla una ripresa convulsa, magari effettuata con un telefonino, come quella realizzata dallo studente palestinese che ha tentato di documentare la strage.
Sono piuttosto quei colpi di pistola (“non sono quelli della polizia”), la persistente immobilità dell’edificio, magari un bagliore di luce a suggerirla. Cioè, a nasconderla.
Giacché la morte, in effetti, non si può raccontare. Non solo, banalmente, per chi muore, ma anche e soprattutto per chi v’assiste, irrimediabilmente esterno ed estraneo. Rimasto solo, dopo, al cospetto d’un cadavere.
Così, forse, l’unica morte davvero visibile è quella che non si vede, quella che stride, che oltraggia, senza svelarsi. E a nulla varrebbe poter disporre di qualche filmato dall’interno dell’istituto, come accadde a Beslan. Perché quello non è lo stesso luogo, ma solo la coincidenza storica e geografica dell’evento cui s’assiste sempre, necessariamente, da fuori. Esclusi e, tuttavia, coinvolti.
Quest’orrore senza nome ha lasciato, come sempre, dei cascami. Forse solo degli indizi di qualcos’altro, come il passato con le fotografie: barelle, volti esangui, corpi insanguinati da capo a piedi. E tanti poliziotti, tanti agenti in tuta. Appartenenti alle forze speciali, perché qualcosa di speciale, stavolta, è accaduto di sicuro.
Ma adesso, non sforziamoci di dire. Non cerchiamo di dare a tutto questo la patina del documento o del racconto (come pure, egregiamente, ha fatto Gus Van Sant nel magistrale “Elephant”). E non parliamo più di tanto di chi, materialmente, vi ha dato causa. Ché a quest’angelo folle, che come altri prima di lui è stato un tempo amante, o figlio, o fratello, compete solo l’anagrafe e il movente. Il resto sono anime rubate, con l’effrazione.
postato da: larrywise77 alle ore 09:47 | Link | commenti (2)
Commenti
#1   17 Aprile 2007 - 09:58
 
Effettivamente, a noi hanno solo rubato una giornata, per qualche istante di profonda amarezza. A loro, quegli studenti, è stata rubata tutta una vita :(
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente paperinosway

#2   15 Maggio 2007 - 11:22
 
Siamo riusciti ad imprigionare la morte in una scatola
utente anonimo

Commenti

categoria:attualitÃ