18 punti, più revoca della Coppa Italia. Anche il basket ha la sua stangata, come già l’amato sport nazionale l’estate scorsa. Niente Moggi, stavolta, chè il mostro da sbattere in prima pagina è solo un team manager, al secolo Andrea Cirelli, colpevole d’aver organizzato il tesseramento più improvvido della storia della Benetton Treviso: lo sloveno Erazem Lorbek, ufficiale diciannovesimo giocatore del roster, uno in più del consentito.
Qui non ci soffermeremo sui cavilli legali. Dire che tutto è nato dall’aver qualificato come professionista un semplice “giovane di serie”, quale Gino Cuccarolo, mettendolo sotto contratto per qualche mese, salvo poi espungerlo dalle liste facendolo tornare al vivaio, ché tanto è bastato per togliere un posto a quelli resi disponibili dal regolamento federale. Nè discetteremo sulla buona fede o meno degli autori del pasticcio, dell’oscurità lessicale delle norme sui tesseramenti, dei pareri pro veritate e dell’imbarazzo generale che ne è seguito. Non parleremo nemmeno delle dimissioni del presidente di Lega Prandi, della levata di scudi di chi ha giocato contro Lorbek e ha perso, della misura della pena da affibbiare a Treviso, di quanto appaia giusta o meno giusta, della difesa del prof. Coppi e della replica del pubblico ministero.
Di questo hanno già discusso tutti, spesso col punto esclamativo. Dunque occupiamoci d’altro, e segnatamente di come sia stato possibile che in uno sport dove a referto vanno dodici giocatori, ne servano almeno altri sei, magari tutti titolari, per sentirsi tranquilli. Di come, ancora, sia accettabile che un professionista di grande talento, come Lorbek, debba passare, alla stregua di un pacco postale, da Malaga a Treviso a Roma in una sola stagione. Di come lo stesso sia avvenuto con Schumpert, dalla Fortitudo alla Benetton in una manciata di mesi.
Questo non è più un basket normale. È un’accozzaglia, talvolta schizofrenica, talaltra, più semplicemente, irritante, di scambi, controscambi, ingaggi e rilasci a gettone, fughe, incomprensioni e sospetti. Sotto l’egida della globalizzazione, che il malaugurato Bosman ha portato con sé dal millennio scorso, rendendo americane le squadre europee (il clou, per gusto personale, è aver visto J.R. Holden giocare con la maglia della Russia sotto lo pseudonimo maccheronico di Gei Ar Oldin).
Non c’interessa comunque più di tanto la faccenda naturalizzazioni, né quella dell’obbligo dei sei italiani per squadra (facilmente aggirabile mandando a referto la giovanile), e nemmeno la soluzione proposta da Dan Peterson di tenere obbligatoriamente tre italiani in quintetto durante la partita, suggestiva ma impraticabile senza un matematico al tavolo.
C’interessa che nessuno abbia mosso un dito, dalla Lega, alla Federazione, ai singoli presidenti, per porre un freno a un meccanismo vizioso, reso ingovernabile dalla cifra stilistica dell’epoca, ossia la mania di cambiare tutto, tutto e subito, alla prima difficoltà della stagione. Non è solo questione di squadre senza identità, della A divenuta la brutta copia della CBA, della Legadue divenuta la brutta copia della (passata) serie A. Non è nemmeno questione del cattivo sfruttamento d’immagine di fenomeni come Bargnani, Belinelli o Gallinari. È questione di un movimento che ha perso completamente idee, moventi e direzioni, dove le sole teste sono quelle che saltano.
Qui non ci soffermeremo sui cavilli legali. Dire che tutto è nato dall’aver qualificato come professionista un semplice “giovane di serie”, quale Gino Cuccarolo, mettendolo sotto contratto per qualche mese, salvo poi espungerlo dalle liste facendolo tornare al vivaio, ché tanto è bastato per togliere un posto a quelli resi disponibili dal regolamento federale. Nè discetteremo sulla buona fede o meno degli autori del pasticcio, dell’oscurità lessicale delle norme sui tesseramenti, dei pareri pro veritate e dell’imbarazzo generale che ne è seguito. Non parleremo nemmeno delle dimissioni del presidente di Lega Prandi, della levata di scudi di chi ha giocato contro Lorbek e ha perso, della misura della pena da affibbiare a Treviso, di quanto appaia giusta o meno giusta, della difesa del prof. Coppi e della replica del pubblico ministero.
Di questo hanno già discusso tutti, spesso col punto esclamativo. Dunque occupiamoci d’altro, e segnatamente di come sia stato possibile che in uno sport dove a referto vanno dodici giocatori, ne servano almeno altri sei, magari tutti titolari, per sentirsi tranquilli. Di come, ancora, sia accettabile che un professionista di grande talento, come Lorbek, debba passare, alla stregua di un pacco postale, da Malaga a Treviso a Roma in una sola stagione. Di come lo stesso sia avvenuto con Schumpert, dalla Fortitudo alla Benetton in una manciata di mesi.
Questo non è più un basket normale. È un’accozzaglia, talvolta schizofrenica, talaltra, più semplicemente, irritante, di scambi, controscambi, ingaggi e rilasci a gettone, fughe, incomprensioni e sospetti. Sotto l’egida della globalizzazione, che il malaugurato Bosman ha portato con sé dal millennio scorso, rendendo americane le squadre europee (il clou, per gusto personale, è aver visto J.R. Holden giocare con la maglia della Russia sotto lo pseudonimo maccheronico di Gei Ar Oldin).
Non c’interessa comunque più di tanto la faccenda naturalizzazioni, né quella dell’obbligo dei sei italiani per squadra (facilmente aggirabile mandando a referto la giovanile), e nemmeno la soluzione proposta da Dan Peterson di tenere obbligatoriamente tre italiani in quintetto durante la partita, suggestiva ma impraticabile senza un matematico al tavolo.
C’interessa che nessuno abbia mosso un dito, dalla Lega, alla Federazione, ai singoli presidenti, per porre un freno a un meccanismo vizioso, reso ingovernabile dalla cifra stilistica dell’epoca, ossia la mania di cambiare tutto, tutto e subito, alla prima difficoltà della stagione. Non è solo questione di squadre senza identità, della A divenuta la brutta copia della CBA, della Legadue divenuta la brutta copia della (passata) serie A. Non è nemmeno questione del cattivo sfruttamento d’immagine di fenomeni come Bargnani, Belinelli o Gallinari. È questione di un movimento che ha perso completamente idee, moventi e direzioni, dove le sole teste sono quelle che saltano.





