Volevamo parlarne prima, ma avevamo di peggio da fare, dunque spendiamo solo adesso qualche riga sull’ordinanza con cui, nel luglio scorso, il sindaco di Verona Flavio Tosi ha proibito la consumazione di panini ed altri generi alimentari nei pressi dei monumenti cittadini, per tutelare il decoro e l’immagine del Comune.
Siamo perfettamente d’accordo col provvedimento, ma non per i fini paternalistici che si ripropone (il disordine non è l’effetto di maleducazione, semmai di ignoranza), bensì perché è giunto il momento di smetterla con la cultura del turista, del pranzo al sacco, del museo.
I musei, per cominciare, bisognerebbe abolirli. Non servono a niente. Fatta eccezione per qualche esempio sovversivo, sono quasi tutti ripostigli polverosi di opere celebri, spesso male illuminati, talvolta perfino irritanti.
L’arte va esaltata, non repressa. In una civiltà davvero moderna, sarebbe disseminata per la città , scandalosa, inevitabile. Una coscienza critica di cui nessuno possa davvero fare a meno. Ma ciò significherebbe, oggi, sfidare gli imbrattatori, eccitare i vandali, dare pretesti ad ogni tipo di rivendicazioni.
Dunque, scattano i musei. Le oasi dei palazzi vecchi. Inadatti alle esposizioni, per cui del resto non furono costruiti. Anziché sprecarsi per realizzare delle esposizioni. Per rendere una visita, se non un happening, un’esperienza.
E con loro, le guide. I gruppi di vecchi con cuffie al seguito, tetramente simili a certi personaggi di Lovecraft. E l’imperitura idea che l’arte va capita e non vissuta, spiegata e non amata, esorcizzata e non accettata.
Non vi piace Picasso? Statevene a casa. Non gradite Fontana? Andatevene da un’altra parte. Ma per piacere, non vi mettete in fila, non scartate il panino davanti all’ingresso, non sciorinate i depliant informativi come se fossero la nuova Bibbia.
È finito il tempo delle gite scolastiche, dell’istruzione imposta, della cultura da Sovrintendenza. Nessuno vi chiede di amare Velazquez o di condividere Pollock. Avete tutto il diritto di odiarli, o, semplicemente, di essere loro indifferenti. Ma non quello d’ingabbiarli in qualche frase da salotto, di renderli idoli stantii delle vostre domeniche, per poi magari rimpiangere di non essere stati a casa a rimbecillirvi di televisione.
L’ignoranza non ha bisogno di opuscoli, ma di genuinità . E non serve citare Giorgio Gaber per dire che “la cultura per le masse è un’idiozia, la fila coi panini davanti ai musei mi fa malinconiaâ€.
Siamo perfettamente d’accordo col provvedimento, ma non per i fini paternalistici che si ripropone (il disordine non è l’effetto di maleducazione, semmai di ignoranza), bensì perché è giunto il momento di smetterla con la cultura del turista, del pranzo al sacco, del museo.
I musei, per cominciare, bisognerebbe abolirli. Non servono a niente. Fatta eccezione per qualche esempio sovversivo, sono quasi tutti ripostigli polverosi di opere celebri, spesso male illuminati, talvolta perfino irritanti.
L’arte va esaltata, non repressa. In una civiltà davvero moderna, sarebbe disseminata per la città , scandalosa, inevitabile. Una coscienza critica di cui nessuno possa davvero fare a meno. Ma ciò significherebbe, oggi, sfidare gli imbrattatori, eccitare i vandali, dare pretesti ad ogni tipo di rivendicazioni.
Dunque, scattano i musei. Le oasi dei palazzi vecchi. Inadatti alle esposizioni, per cui del resto non furono costruiti. Anziché sprecarsi per realizzare delle esposizioni. Per rendere una visita, se non un happening, un’esperienza.
E con loro, le guide. I gruppi di vecchi con cuffie al seguito, tetramente simili a certi personaggi di Lovecraft. E l’imperitura idea che l’arte va capita e non vissuta, spiegata e non amata, esorcizzata e non accettata.
Non vi piace Picasso? Statevene a casa. Non gradite Fontana? Andatevene da un’altra parte. Ma per piacere, non vi mettete in fila, non scartate il panino davanti all’ingresso, non sciorinate i depliant informativi come se fossero la nuova Bibbia.
È finito il tempo delle gite scolastiche, dell’istruzione imposta, della cultura da Sovrintendenza. Nessuno vi chiede di amare Velazquez o di condividere Pollock. Avete tutto il diritto di odiarli, o, semplicemente, di essere loro indifferenti. Ma non quello d’ingabbiarli in qualche frase da salotto, di renderli idoli stantii delle vostre domeniche, per poi magari rimpiangere di non essere stati a casa a rimbecillirvi di televisione.
L’ignoranza non ha bisogno di opuscoli, ma di genuinità . E non serve citare Giorgio Gaber per dire che “la cultura per le masse è un’idiozia, la fila coi panini davanti ai musei mi fa malinconiaâ€.




