Sempre più sono i server che vengono oscurati per impedire agli utenti di Internet di scaricare materiale pirata dalla rete; la lotta per salvaguardare il diritto d'autore (in realtà si tratta solo di molti soldi che dovrebbero entrare nelle già ricche tasche delle case di produzione/distribuzione) si fa sempre più dura......
Mi sento allora in vena di dire una cosa: potete provarci fin che volete, MA NON CI FERMERETE!
Seguiamo il wrestling da quando si chiamava catch, i lottatori erano grassi e indossavano antiestetici mutandoni neri. Da quando lo commentava, con la consueta ironia, Toni Fusaro, e Andrè the Giant duellava con Hulk Hogan e Antonio Inoki per diventare il campione del mondo.
Le immagini provenivano da un Giappone opaco ed enigmatico, non molto simile a quello a tinte forti dei cartoni coevi dell’Uomo Tigre, versione per bambini dell’idolo Tiger Mask. Le lottatrici, allora, non erano sempre avvenenti e si limitavano ai costumi interi, Dan Peterson faceva l’allenatore di basket, e il delirio americano della WWF, che oggi si chiama WWE per grane coi panda, era ancora un orizzonte.
Oggi, dopo vent’anni, le cose sono drasticamente cambiate. Il wrestling è diventato uno dei principali entertainment d’inizio millennio, campeggia su televisioni, riviste e giornali. I lottatori sono tutti (o quasi) belli, ricchi e famosi. Molti fanno uso di droghe, e a volte ne muoiono.
In questi giorni si parla a profusione di Chris Benoit, il wrestler della WWE che tagliava simbolicamente la gola agli avversari, che in un weekend di paranoia lucida, scandita da anodini messaggi al cellulare, ha strangolato la moglie, soffocato il figlio e impiccato se stesso, rompendo colli come e peggio di una delle sue mosse terminali.
Eppure uno degli spot più in voga della sua Lega aveva avvertito: “Don’t try this at home”. Non provateci a casa. Perché per cadere, strozzare, distruggersi, ci vuole una preparazione particolare, che gli spettatori medi, bambini ma non solo, di solito non hanno.
Benoit non ha rispettato il monito, benchè proprio lui fosse tra i lottatori infortunati della pubblicità, i fuoriprogramma ripresi in bianco e nero per rendere il tutto più vero, quasi che i colori fossero di per sè indice di finzione.
Lo ha fatto perché, dicono molti per rassicurarsi, era in preda a ‘roid rage’, rabbia da steroidi, da sostanze iniettate a forza nelle viscere dei lottatori per renderli più gonfi e potenti, magari folli.
Forse è vero, forse no. Resta il fatto che l’episodio, sinistro perfino nella sua cronaca anticipata su Wikipedia, prima che si scoprissero i corpi, è un formidabile pretesto per riprendere le solite litanie accusatorie sullo spettacolo drogato, il business senza scrupoli, la confusione tra palco e realtà, che tanto piacciono alla carta stampata (la stessa, tra l’altro, che fino a qualche giorno prima dedicava copertine, paginate e inserti al ‘fenomeno wrestling’).
È tempo perso, e teatro stucchevole. Vince McMahon, che ha reso il passatempo degli americani molto più atletico e violento nel volgere di una decade, continuerà a guadagnare milioni, e i suoi attori a drogarsi, per risultare sempre più straordinari agli occhi del pubblico.
Qualcuno forse non tornerà, come Benoit, e prima di lui Eddie Guerrero, Kurt Hennig, Rick Rude e altre decine. Rischio professionale, in fondo.
Ma un appunto, ci viene in mente. Se fino agli anni Ottanta-Novanta, per divertirci, bastavano Mean Jim Okerlund, Hulk Hogan, Macho Man e pochi altri, oggi sembra non si possa più fare a meno di lottatrici su Playboy, incontri sanguinolenti, atletismi al limite dell’umana incoscienza.
Inutile parlare di problemi educativi. Il wrestling non lo è mai stato, non meno dei cartoni animati. Piuttosto, colpisce questa noia, questa smania di sorprendersi perfino nell’esecrazione di una morte che, per quanto truce, non è che l’usuale retroscena dei popcorn e dei fuochi d’artificio.
Ma parlarne, parlarne il più possibile, crea la notizia e gonfia i dossier. Come se, anziché della fine di Benoit, si stesse discutendo delle occhiaie di Undertaker.