mercoledì, 20 giugno 2007
Oggi leggiamo che, a quasi un anno dalle sentenze di Moggiopoli, lo scudetto 2005/2006 assegnato a tavolino all'Inter forse poteva anche essere assegnato ad altri; oggi apprendiamo infatti che l'Inter, che da una anno va sbandierando di continuo la propria verginale purezza a fronte degli scandali del calcio italiano, al campionato 2005/2006 non si sarebbe potuta nemmeno iscrivere per ragioni di bilancio. Senza abili manovre contabili, forse negli ultimi due anni la "beneamata" si sarebbe ritrovata, senza allori sul petto, a lottare con compagini di categorie ben inferiori rispetto alla Serie A.....
Che dire, quindi: evviva l'onestà!
mercoledì, 20 giugno 2007
Ogni compleanno è un pretesto. Ogni pretesto è un'occasione.
venerdì, 15 giugno 2007
Non passa giorno senza che escano nuovi filmati sull’assassinio di John Kennedy. Sgranati, a colori o in bianco e nero, privi di audio o, per meglio dire, silenziosi. Da che Zapruder, il primo, casuale cineamatore che riprese l’attentato, ha gettato il sasso nello stagno delle teorie cospirative, delle traiettorie magiche dei proiettili e di tutte le stranezze di un giorno non qualsiasi a Dallas, la morte di JFK continua ad affollare gl’incubi collettivi. Non interessa nemmeno più, ormai, lo sparo, anzi: gli spari, se fosse o meno stato Lee Harvey Oswald o la CIA, se le guardie del corpo non avessero, consapevolmente, protetto il viaggiatore ignaro. Perché gli elementi della storia sono ormai confusi come in un puzzle del quale sappiamo tutti i dettagli ma non chi l’ha costruito: basta un’istantanea sul deposito di libri di Elm Street, il gruppuscolo di spettatori sulla montagnola ai margini del corteo, oppure soltanto il sorriso assolato dei signori Kennedy, per mettere i brividi. Il resto è reperto obitoriale, compreso il gesto di Walter Kronkite che si leva gli occhiali, il giuramento di Lindon Johnson, il saluto militare di John John. Kennedy è morto, però per tutti noi sta ancora per morire, col suo tetro carosello di bandierine americane e baci alla folla. Con la curva, lentissima, della parata presidenziale. Il filmato di Zapruder, ogni filmato, è destinato ad interrompersi. E tutto a ricadere nell’oblio, squarciato, quasi quarant’anni dopo, dall’altro incubo newyorkese, ancora col sole, ancora con l’esplosione che, anziché liberare le pulsioni, le imprigiona nell’orrore. Inutile, tuttavia, cercare la verità storica. Qui l’unica logica, come insegnava Kafka, è quella del sogno.
domenica, 03 giugno 2007
Non fate fallo su LeBron James quando va a canestro. Non lasciate scendere il passaggio a livello sui suoi polsi, non abbracciatelo, non colpitelo alle spalle. E soprattutto, non tentate di spostarlo.
Perché tanto segna lo stesso. Segna perché ha il torso e i bicipiti più impressionanti del basket moderno, una tecnica sopraffina e una tranquillità sovrannaturale. Segna perché in ogni momento può partire in terzo tempo, improvvisare un arresto e tiro, innescare un compagno che si propone a centroarea.
LeBron James è il nuovo numero uno della pallacanestro mondiale. Di Michael Jordan, di cui tutti gli attribuiscono l’eredità, ha soltanto il numero e la capacità di dominare. Per il resto, il suo gioco è totalmente diverso. Dove Jordan aveva la leggerezza, James ha la potenza. Dove MJ aveva l’atletica, al punto da essere quasi scoordinato nei suoi voli a causa dell’esplosività, James ha il controllo e la disinvoltura. Jordan segnava in campo aperto o buttandosi indietro nel fade away più immarcabile della storia. James segna a difesa schierata, spezzandola in lay-up o schiacciata, oppure facendo partire un tiro con due avversari addosso. Air era imprendibile, James inarrestabile.
Non scriviamo queste cose solo perché è arrivata l’impresa dei 48 punti a Detroit, oppure, la notte scorsa, la qualificazione alla finale, dove James, chiuso nella trap sistematica dei Pistons, ha preferito affidarsi al rookie Boobie Gibson per ammazzare i flottaggi di Saunders. Ma perché, rispetto a tutti i fuoriclasse già titolati della sua era, gli Wade, i Bryant, i Duncan, James ha qualcosa in più: la capacità di creare un gioco, il suo gioco personale, togliendo al basket una nuova, possibile, interpretazione, delle infinite che s’annidano sotto gli schemi e le lavagne. Con James abbiamo un campione che attacca dal palleggio anziché dal tiro, che gioca sopra il ferro partendo dal gomito, che trova il passaggio molto prima che gli esploda, come una fucilata, dalle mani. Insomma, un maledetto genio.
Ora, non sappiamo se San Antonio, con la sua esperienza, i probabili raddoppi, le esasperazioni tattiche di Popovic, riuscirà a mandarlo fuori giri e a neutralizzarlo, almeno parzialmente. Vero è che dai tempi di Iverson contro L.A. non avevamo più la sfida di un uomo contro cinque, anzi di una one-man band, per non far torto ai vari Ilgauskas, Gooden e al rookie-sorpresa Gibson, a un team solido, affiatato e vincente.
Di certo basterà per lo spettacolo. E se al nuovo idolo delle platee americane difetterà ancora qualcosa (leggasi difesa, tiri liberi, talvolta il recupero intempestivo del palleggio), tuttavia una sua qualità lo rende già al livello dei più grandi: la capacità di coinvolgere e trascinare i compagni, che tante superstar, innamorate del proprio tabellino, spesso dimenticano. Differenza che nessuna statistica potrà mai riportare, nemmeno le sagaci alchimie dei plus minus o la semplice voce degli assist. Differenza che arma la mano dei gregari, dà fiato ai bolsi, ispira gli scettici. E a volte, mette l’anello al dito.
venerdì, 01 giugno 2007
Sono passati dieci anni da quando Davide Ancilotto è morto giocando a basket. È di oggi la notizia che il sindaco di Roma, Walter Veltroni, voglia intitolargli una strada, (anche) in ricordo della sua breve militanza nella Virtus. A Mestre, dov’era nato, s’è già provveduto da tempo, dedicandogli il Palazzo dello sport di via Olimpia, più noto come “CONIâ€.
Dal canto nostro, ricordiamo una grande speranza del basket italiano, dotata di un primo passo di livello NBA e di una versatilità che precorreva i tempi odierni dei Bargnani. Ricordiamo pure d’averlo visto un giorno al Parco della Bissuola (l'unico a Mestre, prima dell'attuale San Giuliano), con una maglietta rossa, un paio di pantaloni troppo larghi e i soliti capelli sparati in aria. Stava ai margini del campo, senza giocare. Quello, da tempo, era diventato il suo lavoro. Per lo svago, gli restava lo spettacolo dei canestri molli e delle partitelle indolenti.