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martedì, 27 febbraio 2007
In questi giorni di esaltazione mediatica per le imprese della nazionale di rugby, la giornata del 24 febbraio merita di essere ricordata anche per un altro fatto altrettanto storico: due rivali dell'Italia nel Torneo delle Sei Nazioni (Irlanda ed Inghilterra) si sono infatti affrontate in uno dei tantissimi match che da più di un secolo infiamma la rivalità tra i due paesi. Ma questa volta c'era qualcosa in più: si giocava a Croke Park.

La casa storica del rugby irlandese è sempre stata il Lansdowne Road, il mitico stadio dalla tribuna in legno che deve il suo nome alla fermata della metropolitana che passa proprio lì sotto. Ma quest'anno, a causa di lavori di ristrutturazione, il 15 del tifoglio è rimasto orfano della propria "tana" ed ha dovuto cercare ospitalità altrove. Le opzioni non erano poi molte ed allora il rubgy ha dovuto chiedere il permesso di disputare gli incontri casalinghi a Croke Park.

Una scelta che a molti può sembrare ovvia (una città, due stadi, uno è inagibile ed allora giochiamo nell'altro) per gli Irlandesi non era poi così scontata. Le ragioni di questo sono storia: il 21 novembre 1920, durante un'incontro di calcio gaelico tra Dublino e Tipperary, le truppe inglesi fecero irruzione a Croke Park e spararono sulla folla che, inerme, assisteva al match; fu una rappresaglia per vendicare l'omicidio di alcuni soldati inglesi per mano della banda di Michael Collins. I morti, quel giorno, furono 13 e, tra questi, anche il capitano del Tipperary Michael Hogan. Quella domenica venne da allora ricordata come Bloody Sunday (nulla a che vedere con la gionata, altrettanto tragica, cantata da Bono). Da quel momento gli Irlandesi dissero basta: mai più uno sport di origine inglese si sarebbe giocato su quel terreno; calcio, rugby e cricket furono messi al bando; mai più un Inglese avrebbe messo piede Croke Park.

E così fu, almeno fino a sabato scorso. Dopo una lunga e sofferta trattativa (più di un terzo dei membri della GAA, organismo fondato per mantenere la memoria degli sport storici irlandesi e proprietario dello stadio, ha votato contro) le porte del Croker si sono riaperte al rugby. Una cornice di pubblico meravigliosa ha accolto prima la Francia e poi, il 24 febbraio, l'Inghilterra per gli unici due incontri previsti per il 2007 a Croke Park.

La partita di sabato, sotto l'aspetto del gioco, non ha avuto storia: i fieri guerrieri irlandesi hanno surclassato i sudditi di Sua Maestà, campioni del mondo in carica, per 43 a 13, segnando 4 mete a 1; mai gli Inglesi erano stati battuti così pesantemente sul suolo d'Irlanda. I media e gli esperti del settore hanno subito evidenziato come il risultato fosse figlio della crisi del gioco inglese, della grande organizzazione tattica degli Irlandesi e dell'ottima prova dei singoli, ma chi era allo stadio sa che le cose non stanno così. Il risultato non è stato figlio della robustezza dal puck irlandese o della precisione a piede dell'apertura Ronan O'Gara; la vittoria, quella vittoria, l'ha attenuta Croke Park.

Chi pratica lo sport sa quanto sia sbagliato dare per acquisito un risultato prima della fine della competizione. Anche chi parte sfavorito, infatti,  può a volte sovvertire il pronostico: le pagine più belle di ogni disciplina sono sempre state scritte ad quei protagonisti che, del tutto inaspettati alla vigilia, hanno donato agli appassionati una magia unica nel suo genere. Questa regola, sabato, ha avuto la sua eccezione. Chi ha visto la partita, chi conosce la storia, sa che mai l'Inghilterra avrebbe potuto vincere quel giorno su quel campo. Alla prima nota di God save the Queen, oltre ai 15 avversari, agli 80.000 spettatori ed ad una nazione intera divisa su tutto ma unita nel tifo, i giocatori inglesi si sono trovati ad affrontare un altro avversario apettava la propria rivincita da 87 anni. Nemmeno la migliore Inghilterra, nemmeno con la migliore condizione fisica, avrebbe potuto prevalere: nessun Inglese, quel giorno, poteva battere Croke Park.

Si giocheranno altre partite in quello stadio prima della fine dei lavori al Lansdowne Road; l'Irlanda ne vincerà alcune e, forse, ne perderà altre, magari proprio contro l'Inghilterra. Ma  sabato non poteva esserci risultato diverso: solo una vittoria, la più ampia della storia, poteva placare la sete di vendetta di Croke Park.....
postato da: momo8man alle ore 13:59 | Link | commenti (1)
categoria:rugby
domenica, 25 febbraio 2007
Siamo fermamente convinti che Kevin Costner, col passare degli anni, stia diventando identico a Ben Gazzara, concordiamo con l’opinione secondo cui, per i più anziani, Michael Douglas si pronuncia ‘Daglas’ perché è giovane e Kirk Douglas ‘Duglas’ perché è vecchio. Crediamo che Jack Black possa anche essere l’ideale successore di John Belushi, ma che per il momento sia soprattutto il sosia di Orson Welles. Non abbiamo mai pensato che Welles, in ‘Ed Wood’, fosse interpretato da Vincent d’Onofrio e che Vincent d’Onofrio non fosse l’interprete di Palla di Lardo in ‘Full Metal Jacket’.

Vorremmo girare un film che si chiama ‘Il clown’ con Robin Williams protagonista e un sacco d’inquadrature teatrali. Speriamo ancora, sempre sul tema, che Jerry Lewis rispolveri dagli archivi ‘The day the clown cried’, il suo film mai distribuito su un pagliaccio nei campi di concentramento, così da far impallidire Benigni. Attendiamo una telefonata di Gene Wilder che, sempre più annoiato, dice di voler assolutamente fare un cortometraggio con noi, e ci sentiamo, a seconda dei casi, come Mastroianni nella scena finale della ‘Dolce vita’ o Trintignant in quella iniziale del ‘Sorpasso’. Quasi sempre, peraltro, come uno dei Goonies, visto che siamo ancora innamorati di Kerri Green.

Adoriamo l’estate della provincia americana, con i viali alberati e le villette a schiera. Aspettiamo, nel primo pomeriggio, la chiamata di un amico d’infanzia appassionato di esoterismo che ci trascinerà in un formidabile teen-horror a lieto fine. Ascoltiamo, senza soluzione di continuità, ‘My girl’ nella versione di Otis Redding, senza dimenticare ‘Stand by me’ di Ben E. King. Pensiamo che ‘At last’ di Etta James sia la canzone più sensuale mai scritta e vorremmo interpretarla su una decappottabile in compagnia di una fidanzata a cui piacciono i drive-in.

Sognamo gli USA degli Anni Cinquanta senza la Bomba, quelli degli Anni Sessanta senza il Vietnam, quelli degli Anni Settanta con le donne vestite secondo la moda degli Anni Settanta. Vorremmo come ragazza Natalie Portman, come ex moglie Julia Roberts, e come sogno non proibito del liceo Wynona Ryder. Fossimo più vecchi, accetteremmo di avere come figlia Keira Knightley, purché ciò non significasse diventare brutti come Jon Voight.

Pensiamo che 'Viale del tramonto' sia fondamentalmente un horror, e che ‘Il maratoneta’ sia l’unica storia in cui si parla davvero di odio. Ci colpisce tuttora l’amicizia sincera dei coniugi Tracy ed Hepburn con il prete in ‘Indovina chi viene a cena’, e l’ironia degli alieni in ‘Incontri ravvicinati del terzo tipo’. Siamo ancora dell’idea che ‘La vita è meravigliosa’ di Frank Capra, che tutti spacciano per un film natalizio, sia in realtà uno dei thriller più angosciosi mai realizzati. Amiamo James Stewart, e il doppiatore italiano di James Stewart.

In ogni caso, riteniamo che Kubrick sia il più grande regista della storia e Marlon Brando il più grande attore, restando peraltro fortemente indecisi sui peggiori. Stimiamo Chaplin perché ha fatto pensare una maschera, ma riconosciamo che Keaton fosse più raffinato. Crediamo che il film più bello mai visto sia ‘2001 – Odissea nello spazio’, ma che Wenders non debba esserne informato, visto che ‘Falso movimento’ è il nostro preferito. Non sapremmo invece se scegliere ‘Boxing Helena’ o ‘Nel continente nero’ come quello più brutto.

In generale, vorremmo meno computer, più regia e il coraggio di dire qualcosa. Da grandi, comunque, faremo gli sceneggiatori.

postato da: larrywise77 alle ore 12:39 | Link | commenti
categoria:cinema
sabato, 24 febbraio 2007
Alcuni mesi prima dell’uscita in sala di “Inland Empire”, e del correlato Leone alla carriera al suo regista, David Lynch, i rumours che trapelavano sul film erano piuttosto scarni. Capitava frequentemente di leggere, a proposito della trama: “si sa solo che c’è una donna in pericolo”. Bene, adesso che l’ultima fatica del pittore di Missoula l’abbiamo vista, non ci resta nulla da aggiungere a questa nota che qualche puntino di sospensione. C’è una donna in pericolo… come recitano i soliti, imbarazzati trafiletti, nelle sezioni dei quotidiani sui cinema della provincia. Null’altro si sa infatti, e null’altro è dato sapere.

Si può accennare, certo, ad ulteriori immagini, ulteriori suggestioni. Per esempio, la sit-com recitata dai conigli, le prostitute polacche, la dissolvenza incrociata realtà-finzione, il numero 47. Ma per il resto, è meglio non tentare nemmeno di descrivere. Perché, se il fatto che Lynch non segua un concetto tradizionale di racconto non è esattamente una novità, stavolta, a differenza di altre vicende intricate come “Lost Highways” e soprattutto “Mulholland Drive”, manca anche il veicolo del desiderio, o della rimozione, a tenere insieme il tutto. Restiamo convinti, in questo senso, che le cose migliori il regista le abbia prodotte quando è stato apparentemente costretto a seguire una storia, o quantomeno un leit-motiv (pensiamo, per citare qualche titolo, a “Velluto blu”, “Cuore Selvaggio”, o al lateralissimo “Una storia vera”), piuttosto che, come avvertiva l’introduzione del Processo kafkiano di Welles, “la logica del sogno”.

Tuttavia, questa è pure la cifra stilistica di Lynch, il nucleo impazzito del suo cinema. Lo stesso che, per richiamare qualche spunto dell’ “Impero”, ci fa sgomentare alla scena di una ragazza saltellante che, stravolta, invade progressivamente lo schermo, o ci commuove alla vista di una morte lentissima scandita da un racconto fuori contesto di una bambina. Ma ecco, anche queste idee, per quanto disturbanti, dolci o assassine, sono comunque sempre espunte dal resto, non più un’inflorescenza del tema, ma una vera e propria meteora che s’abbatte su un tessuto già sfilacciato. Evviva, sì, i grandangoli, la potenza visiva che fa nascere, come e più che nell’esperienza del muto, l’orrore dai volti, evviva le ombre dietro una porta socchiusa, l’elettricità e i feticci a forma di lampada. Evviva gli inserti comici, che non mancano mai, le sospensioni e le figure scomparse, il perenne fuori campo nel quale aleggiano tutti i personaggi, per primo Jeremy Irons. Ma se ci è rimasta l’emozione, stavolta abbiamo rinunciato al discorso. Catapultati ai bordi di una strada innevata, ritornati di schianto in un decor elegante e fittizio, dispersi negli ennesimi sotterranei di un teatro di posa. Inland, e senza uscita.

postato da: larrywise77 alle ore 14:26 | Link | commenti
categoria:cinema
mercoledì, 21 febbraio 2007
Michelle Hunziker non fa ridere. Non ha mai fatto ridere. Non si comprende perché la televisione, ma non solo, insista a propinarci la sua immagine di ragazza ironica e divertente. Non lo è affatto. Ha una cadenza da cattiva traduttrice, un tono di voce troppo alto, e non fa che sganasciarsi per le idiozie che gli Antonio Ricci di turno la costringono a leggere. Idem per la pubblicità. Idem per i calendari. Nel vedere che una ragazza balla confusamente ripresa da diciotto angolazioni diverse, non c’è nulla di comico. Né nella foto della stessa ragazza che ostenta un’aria da clown ma sta pur sempre in tanga. Michelle Hunziker è bellissima, ed è per questo che presenta i varietà, fa gli spot per le caramelle e viene fotografata nelle location esotiche. Non c’è altra ragione. Perché insistere a spacciarla per una versione più sexy di Paola Cortellesi? Femminismo frustrato?
postato da: larrywise77 alle ore 11:19 | Link | commenti (2)
categoria:televisione
domenica, 18 febbraio 2007
Sono tornati i Take That e subito Robbie Williams è andato a disintossicarsi. Non c’è spazio per entrambi, in questo mondo che ha perduto le boy band (forse il declino è iniziato con gli Hanson) ma ha guadagnato in consapevolezza. Non c’è più tempo per i video a base di finta pioggia e camicie fradice, e gli addominali ormai li hanno scolpiti tutti, salvo quelli che devono recitare la parte dei secchioni per farsi la pupa. That’s showbiz, d’accordo, ma adesso è il momento della reunion, back for good, con qualche ruga in più e molti orpelli in meno. Buoni per chi era adolescente e adesso, non ancora adulto, è già disoccupato. Per chi ha nostalgia della genuina superficialità dei nineties. Per chi, insomma, non s’aspetta più nulla. In tutto questo, Robbie Williams è palesemente di troppo: la demonizzazione l’ha già compiuta, la passione già recitata, gli scheletri già svelati. Come undone. Ma a volte, ritornano.
postato da: larrywise77 alle ore 17:22 | Link | commenti (2)
categoria:musica
domenica, 18 febbraio 2007
Ancora qualche partita a porte chiuse. Ancora l’abuso dell’aggettivo “surreale”. Ancora un po’ di purgatorio, di resipiscenza, di responsabilità. Dopodiché si riapriranno i cancelli, anzi i tornelli, nuovi nuovi, e brinderemo alle zone di pre-filtraggio, ai biglietti nominali e ad una legge che non c’è. Continueremo a sproloquiare di “modello inglese”, daremo risalto all’incontro (che tuttavia dovrebbe essere privato) fra la vedova Schifani e la vedova Raciti, faremo le pulci alle Procure, scruteremo i video dei fatti di Catania, allegheremo qualche svogliato editoriale, qualche soprassalto, agonizzante, d’inchiesta. Poi basta.

Poi tornerà Ronaldo (anzi, è già tornato), l’Inter che vince il suo secondo scudetto consecutivo senza avversarie, la Juve che rientra in serie A ma non ha difesa, Capello che tutti dichiarano di odiare, Lippi che riprende ad allenare e la Nazionale, oh, la Nazionale. Tutti dunque a riparlare del nostro passatempo preferito, come nulla fosse accaduto, perché, in effetti, non è accaduto nulla.

Un morto si distingue da un ferito perché non può più denunciare da un letto d’ospedale, al telegiornale delle 13. Non può più voltarsi dall’altra parte se qualche alta carica istituzionale si profonde in manifestazioni ufficiali di cordoglio. Non può, soprattutto, raccontare chi l’ha ammazzato e perché. Chè, forse, allora, la sua versione sarebbe più credibile di quelle che ci hanno propinato sin qui. Disagio sociale, e va bene. Società compromesse con gli ultrà, e va bene. Cultura della violenza alimentata da Controcampi vari, e va bene.

Un morto è morto, e tutti lo si dimentica. Perché lo si è dimenticato quand’era vivo, nella bolgia e preso di mira. Lo si è dimenticato quando il calcio si giocava senza la magia dei tornelli e delle porte chiuse. Quando il Ministro di turno era lieto di mandare le forze dell’ordine allo sbando e tutti si era, politicamente e correttamente, irresponsabili. Certo il morto lo si rischiava, ogni domenica, ad ogni treno disperato, ogni pullman assalito dai lanci di pietre, ogni coro-striscione-commento razzista, che rovinava l’immagine dello stadio, prima che la sua reputazione. Lo si rischiava e a volte ci scappava, in qualche tunnel di terza categoria.

Ma appunto non faceva notizia, non sollecitava, non induceva tutti, all’unisono, a recitare lo stesso copione: ora basta, giro di vite, paese incivile, cambiamo le cose, non giochiamo più. Almeno per una settimana. Poi, disgrazia vuole che sia ritornata la noia.

A San Siro, i tornelli, li hanno messi a tempo di record.
postato da: larrywise77 alle ore 16:56 | Link | commenti
categoria:calcio
venerdì, 16 febbraio 2007
Questo blog non ha altra intenzione che dar corso ai pensieri.
postato da: larrywise77 alle ore 14:05 | Link | commenti (2)
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